di Massimo Di Marco
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testo di Alfredo Granado, 2010

Novant'anni, l'uomo che ha lottato per nobilitare la parlata popolare porteña dal gergo della malavita, ora riconosciuta come alternativa al castellano, ha vinto la sua lunga battaglia.

Il suo dizionario contiene 5959 parole che durante la conversazione con l'autore di questo articolo sono diventate 5960. Con l'aggiunta di motochorro, lo scippatore che ha appena portato via la borsetta a sua moglie.

Buenos Aires. I maestri Alfredo Granado e Leticia Lucero, notissimi a Milano ma anche in Argentina per le loro esibizioni nelle milongas del abrazo entrano nella casa di Josè Gobello, la Academia Porteña del Lunfardo. Lo scopo è di conoscere uno dei più grandi Padri del tango e di acquistare una copia dell'ultimo libro di Gobello, che poi è il primo, di tanti anni fa, ora riproposto in tiratura limitata. Questo è il loro racconto.

Nel pomeriggio estivo si percepisce la freschezza del tipico zaguán -alto androne delle case portegne- un segretario ci fa accomodare nell’ampio salone d’ingresso mentre guardiamo diversi libri e riviste, la nostra versione di Lunfardía è pronta e l’uomo ci comunica che siamo fortunati: il presidente José Gobello è presente e potrà riceverci e dedicarci una copia … Ho un ricordo della mia adolescenza, le frequenti partecipazioni televisive di Gobello ai vari dibattiti che riguardavano non soltanto il lunfardo o questioni linguistiche ma anche attualità, cultura e società, sto per conoscere una icona della cultura argentina.

Entriamo nell’ufficio di Gobello: parquet scricchiolante, alto soffitto e grande finestrone con grata di ferro sulla strada alberata, malgrado la stagione estiva l’uomo è molto elegante nel suo completo scuro, camicia bianca e cravatta, ci riceve molto cordialmente, non rappresenta affatto le sue 90 primavere. La sua scrivania, stracolma di appunti e pubblicazioni, ospita anche un PC che egli non adopera, invece lavora accanto a lui il suo braccio destro Marcelo Oliveri, che partecipa alla improvvisata visita. Siccome veniamo da Milano il presidente ci parla e ci mostra una rarità, un ingiallito Dizionario di dialetto Milanese dell’800, cerca subito una voce, smorfiri -nel lunfardo la voce è morfar, mangiare- deriva dal gergale antico italico morfa -bocca- e ci spiega che la deformazione si deve al francese morfigner ... il lunfardo lo ha poi declinato in morfar, morfetear e morfi -cibo-; dopo la visione rimette a posto il volume come un tesoro.

Chiedo a Gobello se per lui tante nuove espressioni nate negli ultimi due decenni sono da considerarsi lunfardo, ad esempio trucho -falso, che imita ingannevolmente l’originale- ñoqui possiede tre accezioni: 1. il piatto 2. colpo di pugno 3. Impiegato che si reca al lavoro esclusivamente per incassare lo stipendio, una parte del compenso spetta a chi haprocurato il lavoro al beneficiato!; alludo anche alla abitudine diffusissima fra i giovani di adoperare boludo/a -letteralmente coglione/a- voce che in pratica sostituisce il pronome impersonale Che, o anche il nome e cognome di gran parte dei giovani argentini, anche se sono studenti universitari. Il presidente sostiene che sono voci da considerarsi parte del Lunfardo, un suo naturale ampliamento.

Siccome sono di La Plata è inevitabile parlare di una conoscenza comune, Mario Teruggi, personaggio molto platense: scienziato e naturalista perfezionatosi a Londra, saggista, scrittore e linguista autore di Panorama del Lunfardo (Sudamericana, 1979); diversamente da Gobello, Teruggi sostiene la gergalità del Lunfardo; invece se per Gobello sarebbe troppo parlare di una lingua, si tratta almeno di un vocabolario e di un lessico che rinnova permanentemente il parlare del popolo: mentre il gergo è confinato a un gruppo, il lunfardo attraversa l’intera società. Anche Teruggi ha creato un dizionario e le voci non sempre concidono con i dizionari di Gobello. Faccio presente la diffusione di nuove parole molto in uso a La Plata e che non si trovano sui dizionari della Academia: Lona -estar en la- letteralmente essere al tappeto, ossia in grave difficoltà economica; chicanear prendere di mira verbalmente qualcuno; Galgos -soltar los- galgo: levriero, l’espressione letterale è liberare a qualcuno i cani: significa ritirare a qualcuno la propria stima o amicizia; Piscui, sciocco; Manuel o Mani, sciocco. Immediatamente Marcelo Oliveri mi invita a trasmettere loro le nuove voci, la loro attività di raccolta e ricerca di nuove voci è incessante … acquisto un paio di libri e mi viene fatto omaggio di altri due recentissimi, con tanto di dediche:

 


Academia
Portena del Lunfardo


Compadrito

 

Josè Gobello
giornalista

Tangueces y Lunfardismos de la Cumbia Villera, José Gobelo – Marcelo Oliveri (Corregidor 2003)
e El Chamuyo de las Tribus Urbanas, Marcelo Oliveri (Cachafaz 2009).

Il primo studia il contributo al paroliere lunfardo della musica del litorale della Colombia, trasmesso dagli immigranti dell’altopiano presenti in Argentina, si tratta di voci molto diffuse negli ambienti delle villas miseria: agglomerati interstiziali e periferici di precarie casette abusive; il secondo volume affronta un tema che ha già prodotto recentemente una decina di saggi, l’ampliamento del linguaggio giovanile declinato attraverso le telenovelas, il rock argentino, il rap, internet, i graffiti e l’appartenenza a tribus metropolitane diverse.

Gobello ci esprime la sua preoccupazione per il deterioramento ed impoverimento del linguaggio dovuto ai media e in particolare ad alcuni comunicatori che sostituiscono gli argomenti con l’urlo e l’abitudine di squalificare l’avversario; l’impoverimento comprende anche la sostituzione del congiuntivo con il condizionale -tutto il mondo è paese!-.
Chiedo al maestro se prevede un viaggio in Italia, e ci risponde che non va più da nessuna parte, ci racconta anche del furto che ha subito sua moglie di recente per strada e che le è costato la frattura di un braccio, ad opera di un motochorro, -chorro: ladro.Verifico che motochorro non appare in nessuno dei dizionari dell’Academia, perciò deduco che Gobello probabilmente ha appena scoperto un’altra parola!

Tito Roccatagliata

Il lunfardo e la bella polacca


In certi caffè di un'epoca ormai lontana, dove le dolci ragazze polacche per attaccare discorso chiedevano una sigaretta, si potevano incontrare sciupafemmine di fama come Eduardo Arolas e il suo amico Tito Roccatagliata (1891-1925).

La sigaretta veniva richiesta in polacco, magari più di una, erano le papierosów, e non venivano mai negate, un po' per il sorriso, un po' per gli occhi tristi. Per gli argentini la pronuncia polacca era qualcosa di arduo ed allora è arrivato in loro soccorso il lunfardo e nel linguaggio del popolo la papieros è diventata la papirusa, vocabolo che ha finito per indicare quel tipo di ragazza che aveva il compito di tener compagnia al cliente del caffè, dove magari cantava anche una canzone.

Appunto alla papirusa ha dedicato una delle sue poche composizioni Tito Roccatagliata, virtuoso del violino che nel 1917 Roberto Firpo ha portato nella sua orchestra alla Giralda di Montevideo per suonare per la prima volta La Cumparsita. Il tango Elegante Papirusa è stato registrato da Osvaldo Fresedo nel 1922. E' bello ancora oggi per il suo profumo porteño e forse anche della sospirata sigaretta.

 

Leticia Lucero e Alfredo Granado in un'evoluzione


 

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