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Ben Molar
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Ben Molar con
Bill Halley e con Borges
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Ben Molar con
Chubby Checker e Nat King Cole
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Ben Molar con Troilo
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Ben
Molar e Julio De Caro |
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Ben Molar, Ernesto Sabato, Anibal Troilo
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La
copertina del tango
di Ben Mollar e con Paul Anka |
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Ben Molar e Tita Merello
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Ricardo Garcia Blaya, Ben Molar, Juan F[1]. Saenz
Valiente, Bruno Cespi
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11
dicembre, el Dia del Tango
testo
di Massimo Di Marco
I
ragazzini lo chiamavano «El Rusito» quando si
trovavano per giocare assieme nel cortile di quella casa,
al 2041 di Calle Mexico, dove erano quasi tutti ebrei. Don
León l’aveva scelta nel 1905, quando è
arrivato a Buenos Aires ed ha cominciato fortunatamente subito
a fare l’imbianchino. Era anche capace di decorare le
pareti, come si usava all’epoca, ma questa richiesta
non era così frequente. Due anni dopo nella casa è
arrivata anche Fanny e così, abbastanza in fretta,
sono nati tre figli uno dopo l’altro. Prima Rafael (detto
Rafa), poi Raquel (detta Raquelita) e infine, il 3 ottobre
1915, lui: «El Rusito», cioè Moisés
Isidoro Smolarchik Brenner.
I bambini non dormivano
esattamente l’uno sull’altro ma quasi. Un incremento
demografico tanto accelerato non era stato previsto, ora bisognava
risparmiare per cambiar casa. E questo è avvenuto nel
1923 quando un carretto ha trasportato tutte le cose nel quartiere
di Villa Crespo, in Calle Serrano 148, in una casona di immigrati
dove la colonia ebrea era ben affollata. Poi c’erano
spagnoli, arabi, francesi e gli italiani. La casona si chiamava
«el Conventillo de la Paloma» e aveva una storia
germogliata agli inizi del 1900 quando sono arrivati i muratori
e hanno cominciato a costruirlo con il proposito di garantire
un appartamentino con cucina agli operai della Fábrica
Nacional de Calzados, orgoglio del quartiere. Ogni giorno
piovevano a Buenos Aires centinaia di emigranti, la città
doveva organizzarsi anche per far fronte alle necessità
non rimandabili, tipo quella delle scarpe.
Il Conventillo era formato
da 4 blocchi, vi si poteva accedere oltre che da Serrano da
Thames 139-147. In ogni blocco erano stati ricavati 28 appartamenti
(112 in tutto) e nei rispettivi cortili ogni sera c’erano
feste, canzoni e balli. Doña Fanny era molto interessata
alla musica, alle canzoni di Bing Crosby e Frank Sinatra.
Ma non capiva le parole e dava una preferenza al tango. Si
allenava anche di giorno spostando i mobili, ballava da sola
o con una sedia.
Si è capito, un
poco alla volta, che l’intera famiglia aveva una vocazione
per le belle arti: la mamma danzava, il papà cercava
di trasformare le pareti in quadri, Raquelita cantava come
un usignolo (ma non ha mai avuto il coraggio di farlo in pubblico),
Rafa faceva parte di una compagnia di attori dilettanti che
si chiamava Proscenio.«El Rusito» scriveva
le poesie e si accingeva a modificare radicalmente il soprannome.
Ciò è successo quando è andato a vendere
i semi di girasole tra Corrientes e Gurruchaga. I ragazzini
italiani che si trovavano lì per vendere la pizza lo
hanno scherzosamente chiamato Poroto, traduzione alla bell’e
meglio di Fagiolino.
Raquelita, che si è
sempre sentita protettiva nei suoi confronti, andava su tutte
le furie quando sentiva che lo chiamavano così, lui
non ci faceva caso. Andava a scuola in Serrano 935 e faceva
tante cose per raggranellare i soldi. La sua attività
più seria è avvenuta in Acevedo, tra Vera e
Velazco, dove una signora arrivata dalla Francia aveva aperto
una fabbrichetta. Dipingeva gli occhi e le labbra delle bambole
che poi Madame Belstar vendeva ai negozi. Forse in Francia
era stata un’aristocratica e le bambole una sua collezione.
Aveva un bel portamento e un figlio che sognava di fare l’attore.
E’ poi entrato nel cinema col nome di Carlo Dux.
Tra la scuola e le bambole
non gli restava poi troppo tempo per giocare. Alla domenica
gli piaceva andare al cinema. In teoria poteva scegliere tra
il Villa Crespo, il Cine Teatro Rivoli o il Cine Teatro Mirne.
Ma finiva per andare sempre al Villa Crespo perché
qui gli facevano distribuire tra il pubblico i programmi del
mese e poi lo pagavano con un biglietto d’ingresso.
In certe domeniche usciva con la mamma. Doña Fanny
aveva una cara amica, la Señora Zucker: mamma di Marquitos
e a sua volta molto amica della Señora Berta Gardes
che aveva conosciuto sulla nave del viaggio a Buenos Aires.
Trascinandosi dietro Marquitos e Poroto, che avevano la stessa
età, puntavano su una casa al 735 di Jean Jaurés.
Non c’era il campanello e non c’era neanche il
nome. Una delle due mamme bussava, poi le signore cominciavano
a raccontarsela mentre Poroto e Marquitos restavano in strada
a giocare. Qualche volta li raggiungeva il figlio, un ragazzone
molto più grande di loro che suonava, cantava ed era
già diventato Carlos Gardel.
Finità l’età
dei giochi, Moisés Isidoro Smolarchik Brenner, ha cominciato
a pensare al suo futuro. Gli piaceva sempre scrivere poesie,
ascoltare canzoni o musica, si sentiva attratto dalle persone
importanti, era un simpatico. Frequentando la biblioteca di
Calle Camargo era diventato molto amico del proprietario,
Leopoldo Marechal, destinato a diventare un grande della letteratura
argentina. In altre circostanze ha fatto amicizia con Raúl
Soldi, un famoso pittore che un giorno gli racconterà:
« Lo sai che quando tu vendevi i programmi al cinema
di Villa Crespo io andavo lì al mattino a spazzare
il pavimento? ».E poi con Jaime Yankelevich che faceva
i primi passi a Radio Belgrano. Poi è diventato il
direttore e poi ha introdotto la televisione in Argentina.
Nel 1937 va a fare il
soldato nel Regimiento de Patricios. Il capitano ha imparato
a conoscerlo e gli chiede di tradurre in castellano i testi
di due canti di Natale: Silent Night di Franz Gruber e Jingle
bells di James Pierpont. Nascono così Noche de paz
e Repican las campanas che le chiese di Buenos Aires adotteranno
felici.
Il destino di Moisés Isidoro Smolarchik Brenner comincia
a delinearsi. Gli piace tradurre i testi delle canzoni in
castellano e gli piace scrivere le parole dei boleros, quelle
canzoni al miele e un po’ strappalacrime (romantiche,
insomma) nate a Cuba e poi dilagate nel Centroamerica, addirittura
esplose in Messico. Diventa amico dei grandi cantanti del
genere, Gregorio Barrios, Leo Marini, Hugo Romani, Pedro Vargas:
messicano, il più celebre.
La sua vita ha ormai
riferimenti precisi. Tutte le più popolari canzoni
del mondo ripassano sotto la sua penna. Non gli viene mai
naturale una traduzione letterale del testo ma ha un amico
che lo sostiene: «Non aver
paura, non è così importante una traduzione
letterale quanto un testo nel quale gli argentini si possano
riconoscere». L’amico è qualcuno che se
ne intende, si tratta di Jorge Luis Borges. Non è davvero
un dramma se Strawberry Fields Forever, dei Beatles, nella
versione castellana diventa Frutillitas, Fragoline.
Alle traduzioni si unisce una
vera e propria attività creativa. Non ha mai perso
la sua vena poetica, le canzoni gli vengono facilmente e sono
buone canzoni se nel 1942 Paul Misraki giunge a Buenos Aires
e gli propone di scriverne una per musicarla e confezionarla
nel suo nuovo disco. La risposta assomiglia ad una fuga:
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«Non posso immaginare
che qualcuno canti una mia canzone, se mi permette ne parlo ad un
amico che sta a Parigi, molto bravo, un certo Ben Molar».
Paul Misraki riceve il testo, lo trova molto bello e stabilisce
con l’autore una collaborazione che andrà avanti tre
anni. Fin quando c’è un colpo di scena. Moisés
Isidoro Smolarschik Brenner incontra un caro amico, il cantante
Gregorio Barrios. Gli fa leggere la strofa di una nuova canzone
di Ben Molar. Gli chiede cosa ne pensa. L’amico un po’
ride e un po’ fa l’arrabbiato:
- Adesso ho capito tutto, siete voi Ben Molar !
Non l’ha mai negato e da quel momento è uscito allo
scoperto, aveva inventato se stesso. Presto ha moltiplicato la sua
attività. E’ diventato manager, impresario ed editore.
Ha preso a frequentare l’ambiente del teatro e del cinema.
Una sera gli capita di trovarsi al ristorante con un’attrice,
Pola Newman. Parlano un po’ di tutto. L’attrice vuol
sapere come mai non si sia ancora sposato o almeno fidanzato. Ben
Molar risponde così:
- Lo farò, capiterà anche a me, ma sicuramente
non mi metterò mai con una cantante o con un’attrice,
sono sempre di tutti.
E poco tempo dopo Pola Newman è diventata sua moglie,
la vita è così imprevedibile!
Tra Ben Molar (pseudonimo trovato tra gli antichi nomi ebraici)
e la musica romantica o il jazz c’era un rapporto consolidato.
Ma con il tango?
Diceva di non saperlo ballare, così come non cantava perché
non ne era capace. Si sa che era conosciuto nell’ambiente
del tango perché frequentava alcuni famosi musicisti. Ed
anche i cantanti, tipo Azucena Maizani con la quale una notte aveva
ricamato qualche passo in un bar. Un tango intero sembra l’abbia
ballato con Maria del Carmen, la ballerina-moglie del grande Cachafaz.
Forse ballava di nascosto, chissà. Un giorno ha ballato il
tip-tap alla televisione, quando era ancora in bianco e nero. Insomma
di certo sapeva muoversi.
La sua cultura tanguera, appresa dai libri e dal vivo, veniva spesso
verificata dal suo amico Borges che andava a trovarlo per ascoltare
assieme una milonga. Poi andavano a spasso per Buenos Aires. Era
una medicina poiché il medico gli aveva prescritto una passeggiata
di almeno due chilometri al giorno. Ben Molar lo accompagnava e
strada facendo gli raccontava il tango: «Qui ha vissuto Tita
Morello a quindici anni, qui Troilo, qui Pedro Laurenz…».
Conosceva perfettamente le stesse radici del tango e anche l’incrocio
tra il tango e il lunfardo.
Un grande amico di Ben Molar era anche Julio De
Caro. L’11 dicembre del 1965 è invitato a casa sua,
tra Callao e Guido, per festeggiare i suoi 66 anni. Scende in strada
ad aspettare il taxi e all’improvviso pensa a questa strana
coincidenza: l’11 dicembre è anche il giorno in cui
è nato Carlos Gardel. Gardel è la «Voce»,
Julio de Caro è la «Musica». Allora ce n’è
abbastanza per dire che l’11 dicembre è «el Dia
del Tango».
L’idea gli piace troppo. Pochi giorni dopo incontra Ricardo
Freixà che è il Segretario alla Cultura della Municipalità
di Buenos Aires e gli presenta la proposta. Freixà non sembra
contrario ma gli chiede che la proposta venga sostenuta dalle istituzioni
del tango: enti, società, associazioni. Nessun problema.
Ben Molar raccoglie le adesioni e gli consegna l’elenco richiesto.
L’idea è approvata da tutti:
Accademia Porteña del Lunfardo
Argentores (Argentine General Society of Authors)
Asociación Amigos de la Calle Corrientes
Asociación Argentina de Actores
Casa del Teatro
Fundación Banco Mercantil
La Gardeliana
Radio Rivadavia Sadaic (Sociedad Argentina de Autores y Compositores
de Musica)
Sade (Sociedad Argentina de Escritores )de Artistas de Variedades
Sindacato Argentino de Musicos
Unión Argentina
L’elenco dovrebbe essere sufficiente poiché
comprende l’intero mondo creativo del tango e persino i simpatizzanti.
Però Ricardo Freixà dorme. Non c’è giorno
che Ben Molar non lo solleciti di persona, con una telefonata o
una lettera. E’ così per 11 anni. Dal 1966 la scena
si sposta nell’inverno del 1977. Mancano poche settimane all’11
dicembre e Ben Molar chiede a Ricardo Freixà un nuovo incontro.
E’ decisivo. Gli dice che è l’ultima volta e
che l’11 dicembre organizzerà un grande Festival del
Tango al Luna Park e lì proclamerà El Dia del Tango
davanti alle televisioni e ai giornali.
Il Luna Park è il tempio del pugilato
e il gestore è una specie di mito, si chiama Tito Lectoure,
conosciuto in tutto il mondo come Tito e basta. Ben Molar gli spiega
quello che vuole fare.
- Sì, è una bella cosa. Ma secondo me qui arrivano
al massimo tremila persone, è poco.
- Invece secondo me lo riempiamo.
La discussione continua ma poi la decisione è presa: ok,
rischiamo.
Il Luna Park tiene da 12 a 15 mila persone. Dipende da un mucchio
di cose: se hanno il cappotto, se hanno l’ombrello, se si
stringono, se le poltrone per i Vip sono tante o poche. Feixà
aveva letto tra le righe nell’ultimatum di Ben Molar qualcosa
che lo avrebbe messo in pericolo. Tipo «Guarda che io questa
inutile agonia di undici anni te la faccio pagare…».
Pensa che sia molto meglio evitare. Il 29 novembre dice a Ben Molar
di raggiungerlo nel suo ufficio. Quando arriva gli racconta che
non è mai stata colpa sua e che questa volta ha picchiato
i pugni sul tavolo e ce l’ha fatta. L’11 dicembre viene
proclamato Dia del Tango con il decreto numero 5830/77 della Municipalità
di Buenos Aires. Il successo del Festival è strepitoso. Sono
schierate le orchestre più celebri, i cantanti più
famosi, i migliori ballerini. Allo spettacolo assistono 14.500 persone
che festeggiano i 78 anni di Julio De Caro.
A questo punto Ben Molar vuole qualcosa di più: non gli basta
El Dia del Tango, adesso vuole El Dia Nacional del Tango.
In questo modo vuole evitare che ogni città o ogni provincia
proclami una data diversa dall’altra, un po’ come già
stava succedendo per la Festa della Mamma.
Ne parla al dottor Raúl Alberto Casal, Segretario di Stato
della Cultura de la Nacion. Le cose vanno bene, benissimo. Il dottor
Casal gli chiede di organizzare uno spettacolo di tango al Teatro
Cervantes. Ben Molar accetta ma in cambio vuole il decreto. Lo spettacolo,
simile a quello del Luna Park, avviene il 23 dicembre.
Ad un certo punto si accendono tutte le luci e Ben Molar proclama
al microfono che l’11 dicembre è el Dia Nacional
del Tango, lo ha dichiarato il Governo con il decreto n°
3781/77 del 19 dicembre. Aleluja!
Ben Molar può collocare questa grande vittoria
accanto a quella del 17 novembre del 1966 quando è apparso
sul mercato un disco senza precedenti: per la prima volta al mondo
un disco con 14 pezzi anziché i soliti 12, considerato un
limite tecnico da tutte le Case del ramo. Il titolo sembrava una
stranezza, 14 con il Tango. In realtà si trattava
di un monumento all’arte, entrato a vele spiegate nella cultura
argentina.
Lasciamo il Luna Park e torniamo indietro, è un altro tuffo
tra il 1965 e il 1966 quando a Buenos Aires il tango tocca i suoi
minimi storici. E’ schiacciato da una specie di censura, i
giovani sono orientati verso altre forme musicali (soprattutto il
rock) e i non giovani disertano le sale da ballo per non apparire
antichi. Le Compagnie discografiche finanziano le emittenti radiofoniche
affinché trasmettano la musica americana, la RCA distrugge
addirittura le matrici dei dischi di tango ritenendolo ormai finito.
Poi se ne pentirà ma intanto è così. Radio
Colonia è rimasta sola a trasmettere tanghi, qualche orchestra
si è sciolta, qualche tanguero ha cambiato le sue notti.
In questa desolazione generale due amici – riecco Ben Molar
e Borges- pensano ad una crociata per risuscitare il tango dal torpore
che ha spento tutto il suo mondo. Borges dice:
- Non è un’impresa impossibile, ogni argentino
è un tango anche se non lo sa…
Ben Molar ha un’idea forte. Il tango non è il rock,
dentro di sé rivive ogni giorno la storia di Buenos Aires
degli ultimi novant’anni. Il tango deve rinascere in tutta
la sua dignità e la madre questa volta sarà l’arte.
Questo è il pensiero con il quale si rivolge prima a 14 poeti,
poi a 14 musicisti, infine a 14 pittori: saranno 42 artisti a restituire
al tango la sua vita. Tutti sono d’accordo, i giornali, la
radio, la televisione cominciano a parlare del progetto. I dischi
di tango riappaiono nei negozi, le milonghe riaprono. Adesso Ben
Molar deve riuscire a produrre un disco con 14 tanghi. Ma come si
fa, e poi perché proprio 14?
- Perché quattordici sono i versi di un sonetto…
Ha voluto che persino il numero della rinascita non fosse casuale
ma preso dalla struttura tecnica di una poesia. E per risolvere
il problema del disco indaga in tutta Buenos Aires, trova il miglior
tecnico del ramo: si mettono a pensare ed a lavorare in un laboratorio
fin quando ne escono con la soluzione.Si può fare.
C’è un ultimo problema. Anibal Troilo che è
abbinato a Ernesto Sabato non ha ancora scritto la sua musica e
non c’è più tempo. Troilo sta suonando al Relieve,
un ristorante tra Florida e Diagonal. Prenota un tavolo per due
e ci va con il poeta. A metà serata prende in disparte Troilo
per un attimo
- Se non mi consegni il tango che spero tu abbia già
scritto perdo il turno e la Casa discografica mi farà aspettare
un anno…
- Non l’ho scritto…
- Ma io non ci credo…
- Si, mi dispiace…
- Tutto il mio progetto va in fumo, volevo un disco con quattordici
pezzi, non tredici..
- E poi – dice Sabato – come si può pensare che
manchi proprio il tango di Troilo?
- D’accordo, non l’ho scritto ma non ho detto che
non lo scriverò - Ma quando? - Dopo… Verso le due Troilo
ha finito di suonare.
- Io vado a casa, venite con me
Sull’angolo di Belgrano 1600 c’è un bar che non
chiude mai. Ben Molar ed Ernesto Sabato si siedono ad un tavolino
e cominciano bere un caffé dopo l’altro per stare svegli.
Alle sei Troilo entra con in mano il nuovo tango, si chiama Alejandra.
Ha l’aria piuttosto mortificata
- Scusate il ritardo…
Ben Molar qualche ora dopo è in sala di registrazione dove
l’orchestra, riunita rapidamente, sta aspettando. Il disco
esce il 17 novembre ed è l’evento più scoppiettante
del 1966. Tutti tornano a ballare, le scuole di tango riaprono.
Borges e Ben Molar si incontrano e fanno un brindisi. Borges con
il mate, Ben Molar con il the versato in un bicchiere con dentro
tre cubetti di ghiaccio, il suo whisky preferito…
Dopo la resurrezione del tango e la proclamazione dell’11
dicembre Ben Molar ha una nuova idea: grande. Propone che lungo
l’Avenida Corrientes e ai suoi incroci, le famose esquinas,
venga posata una targa a ricordo di un personaggio del tango, non
necessariamente scomparso.
- Ricordiamo chi è salito in Cielo ma non dimentichiamo
chi è vivo ed è vicino al nostro cuore…
L’Asociación Amigos de la Calle Corrientes
è l’organizzazione che si occupa delle targhe. Sono
placche in bronzo 80 x 50. La prima viene posta il 7 luglio 1979
all’altezza del numero 922, è la casa dove ha vissuto
per 40 anni. Adesso ce ne sono quaranta ma non sono sole perché
altre associazioni, banche, istituzioni di ogni tipo hanno pensato
di partecipare con targhe, iscrizioni, monoliti. Corrientes è
diventato il libro del tango, ormai quasi ogni casa è una
pagina. Ben Molar ha 93 anni, il suo studio in Montevideo è
un museo del tango. Come si entra si passa attraverso i busti in
bronzo di Borges e di Sabato, alle pareti c’è tutta
una tappezzeria di spartiti, pagine strappate dalle riviste, fotografie,
copertine, ritagli di giornale. E’ il mito di Buenos Aires,
custode di tutti gli altri miti che hanno creato il tango.
Il Conventillo de la Paloma non è più abitato
da tempo. Nel 1929 Alberto Vaccarezza l’ha portato sul palcoscenico
con un lavoro teatrale che ha avuto come protagonista Libertad Lamarque,
cantante e attrice. Mille rappresentazioni, oltre tre anni di un
successo inarrestabile che ha poi originato un film, uscito nel
1936.
Qualche tempo fa era apparsa sui giornali la notizia che il Conventillo
sarebbe stato demolito ma questa intenzione è sbollita in
fretta. Anzi, non sarà mai demolito perché la Municipalità
di Buenos Aires l’ha proclamato Monumento della Città.
Che colpo di scena, come mai questo ripensamento ? Ben Molar guarda
la vita di Buenos Aires che scorre davanti alle finestre del suo
studio. Sorride sotto i suoi baffetti, gli occhi pieni di luce,
lo sguardo di un uomo buono, geniale, artista.
( mdm- Dicembre 2008) |